Terme pubbliche/ Jannotti Pecci: servono interventi urgenti

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Le aziende termali (totalmente o anche in parte) in mano pubblica sono tra l'incudine e il martello: da un lato, la legge obbliga gli Enti locali che le controllano a vendere le quote in loro possesso; dall'altro, i debiti accumulati hanno raggiunto un tale livello (prefallimentare) che se non ripianati in qualche modo, nessun investitore privato può sfidare il comune buon senso e decidere di rilevarle o di mettere nel piatto i soldi necessari a rilanciarle.
Il termine per disfarsene era stato fissato da una legge del 2007 (modificata nel 2013) al 31 dicembre 2014. Siamo a metà 2015. E sinora non è successo nulla. Ma la situazione non può continuare così. Per sbloccarla, servono interventi urgenti del Governo e del Parlamento.
"A fronte di un problema che coinvolge un numero rilevante di territori termali e che pone a rischio la sopravvivenza di intere comunità, ritengo – ha affermato il presidente di Federterme Costanzo Jannotti Pecci - che governo e Parlamento debbano adottare con urgenza delle misure che impediscano il collasso di queste realtà, che hanno fatto la storia del termalismo italiano". L'idea di un loro fallimento non viene nemmeno presa in considerazione." E' un'ipotesi rovinosa – sottolinea Jannotti Pecci - che se si verificasse, sarebbe destinata a travolgere in breve tempo l'intero sistema termale nazionale".
"Abbiamo riavviato – ha aggiunto il presidente di Federterme – i contatti con l'esecutivo, al quale abbiamo anche chiesto la convocazione di un tavolo nazionale ad hoc e in previsione del quale riuniremo a breve le associate interessate dal problema per condividere e calibrare al meglio la nostra proposta".
Gli stabilimenti termali coinvolti sono diversi, e la situazione delle singole aziende è estremamente diversificata, ma in tutti i casi si tratta di nodi da sciogliere ineludibilmente.
Costanzo Jannotti Pecci è determinatissimo a risolvere il problema. E in tempi brevi. "Federterme – sottolinea - ha sempre segnalato il problema delle aziende in crisi in mano pubblica e ora guarda con crescente preoccupazione alla loro situazione, che si è deteriorata."
"Queste aziende –ribadisce - sono, nella maggior parte dei casi, strette tra l'impossibilità di ulteriori interventi di ripianamento dei debiti con risorse pubbliche e l'improcrastinabilità di privatizzazioni obbligate per legge, ma sostanzialmente impossibili per le condizioni in cui versano".
Come mai?
"Perché operano nella maggior parte dei casi - in situazioni pre-fallimentari o simil-liquidatorie. Qualcuna ha addirittura chiuso".
Con che conseguenze?
"Il rischio è quello, da un lato, di manovre speculative e, dall'altro, di " cessioni spezzatino" che sarebbero dettate dall'urgenza di una sopravvivenza che si fa ogni giorno più difficile" – "il danno economico e sociale che interi territori ne ricaverebbero è incalcolabile ed è destinato a riverberarsi sull'intero sistema termale nazionale".

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